Il rendimento buoni fruttiferi postali rappresenta ancora oggi un porto sicuro presso cui attraccare la nave del proprio tesoro.

Un investimento che presenta rischi quasi nulli, anche se non si ottengono, di certo, cifre esorbitanti. Molti, oggi, si chiedono se ci sia o meno una convenienza nell’investire in BFP, ma un tempo le cose erano nettamente diverse.

La situazione odierna, relativamente ai “vecchi” buoni postali, è piuttosto controversa: o meglio, ha rischiato di diventarlo se non fosse stato per l’intervento della Corte di Cassazione.

 

 

Rendimento buoni fruttiferi postali: una legge retroattiva

Riguardo al rendimento buoni fruttiferi postali, la legge che nel 1974 ne disciplinava la materia descriveva che i tassi di interesse venissero stabiliti (anche per il periodo futuro) da Decreti Ministeriali, con la facoltà di rendere le nuove percentuali valide anche retroattivamente.

Nel 1986, i tassi furono aggiornati con validità sia per il tempo futuro che per quello passato, acquisendo, quindi, valenza retroattiva.

Pertanto, chi ha acquistato il buono in data posteriore al 1986 ha trovato una discordanza tra quanto riportato sulla cedola del buono e quello che invece è il tasso effettivo, qualora la riscossione sia stata anticipata prima della scadenza trentennale.

Le Poste non pagheranno il rendimento buoni fruttiferi postali come indicato nella classica tabella stampata sul retro del buono stesso, ma sulla base di quanto modificato con il D.M. 1986: ad un tasso, quindi, decisamente più ridotto e meno conveniente per il cittadino.

 

Gli anni Ottanta

Negli Anni ’80 il rendimento buoni fruttiferi postali era abbastanza elevato e si riuscivano ad acquistare dei BFP che riuscivano a regalare grandi soddisfazioni negli anni a venire.

Era una forma di investimento diffusa e spesso utilizzata. Bisogna, però, prestare attenzione dato che qualcuno è comunque rimasto deluso da quelle che erano le attese relative ai tassi di interesse e all’incasso a distanza di 20 o 30 anni.

Il “cavillo” è legato alla legislazione.

 

L’intervento della Corte di Cassazione

Nell’anno 2007 la Corte di Cassazione interviene per fare chiarezza e tutelare il piccolo investitore: il cittadino. Poste Italiane viene condannata a pagare il rendimento buoni fruttiferi postali come indicato sul documento fisico e non come stabilito successivamente, stravolgendo di fatto la retroattività della legge.

Questo avviene facendo appello al fatto che, al momento della sottoscrizione, il risparmiatore ha scelto quella forma di investimento proprio per quel tasso di interesse indicato.

Con questa visione della Corte di Cassazione, il buono BFP viene equiparato ad un contratto vero e proprio, le cui condizioni sono quelle indicate sul contratto stesso, ovvero sulla cedola rilasciata all’epoca dall’Ufficio Postale.

L’interpretazione della Corte offre una visione restrittiva di ciò che era la legge dell’epoca.

 

Rendimento buoni fruttiferi postali oggi

Oggi la situazione è differente e si palesa un po’ più chiara e semplice rispetto a un tempo.

La sottoscrizione è agevole e non richiede spese di gestione o di collocamento dei buoni su mercato.

Il rendimento buoni fruttiferi postali odierno non è sicuramente elevato e vantaggioso come quello di una volta, ma gode di una tassazione agevolata al 12,50%.

È possibile investire sui buoni BFP presso gli uffici postali, ricevendo il documento cartaceo oppure utilizzando la moderna applicazione delle poste Italiane.

Un altro vantaggio da considerare è che i buoni fruttiferi postali beneficiano della garanzia dello Stato e il rimborso non è soggetto a spese.

 

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